05
Nov
2002

Tasse d'esame per i privatisti

Sim Van
Da poche decine a centinaia di mila lire (o di euro): il risultato dell'autonomia.
Emblematico di due istituti pubblici che, in mancanza di un accordo, hanno richiesto due volte, agli stessi candidati, il contributo per sostenere l'Esame di Stato.
Ogni anno, pagato il bollettino dell'importo di L. 23.400 (uguale per tutti gli studenti di ogni istituto) i i candidati esterni si trovano a versare l'ulteriore contributo richiesto dall'istituto sede d'esame.
Nel corrente anno scolastico, come sempre, le cifre si sono rivelate notevolmente diverse da istituto a istituto, grazie al beneficio dell'autonomia.

Ecco solo qualche esempio significativo relativo ad un indirizzo di studi preso a caso tra i tanti (Dirigenti di Comunità):
ITC "Caio Plinio Secondo" di Como L. 5.000
Istituto "Rubbiani" di Bologna L. 400.000
Istituto Alberghiero di San Pietro Terme L. 700.000

Basti quanto su riportato per dare un'idea di quale sia il divario tra le cifre richieste.
Occorre precisare che non è stato possibile, agli studenti, ottenere alcun esonero per motivi di reddito. Inoltre, gli istituti hanno effettuato la richiesta di versamento con pochissi giorni di anticipo rispetto alla scadenza, come sempre accade. Ma se a questo abbiamo ormai fatto l'abitudine, ci viene spontaneo chiederci, e chiedere a chi di dovere, come si può motivare un contributo di 700.000 lire, se confrontato con le 5.000 lire di un altro istituto, che pur si trova a fronteggiare gli stessi problemi organizzativi e pressoché le stesse spese.

La risposta a queste domande è stata: "Abbiamo troppi privatisti", un modo indiretto forse per dire che si intende scoraggiarli dal sostenere l'esame?

Se è così, è triste ammetterlo, tale linea ha sortito i suoi effetti: alcuni candidati, sconcertati dalle cifre richieste a così breve termine, si sono ritirati dall'esame.
La risposta alle lamentele di alcuni studenti da parte dello stesso Provveditorato di Bologna suonava più o meno così: "Ma non pagate forse la scuola che vi prepara?".


Allora viene da chiedesi quanto dovrebbero pagare i candidati interni in proporzione? Perché ci sono due pesi e due misure? Non sono forse studenti con pari diritti anche i privatisti? Non pagano le tasse come tutti gli onesti cittadini? Avranno pur diritto ad essere esaminati...
Oltre al danno anche la beffa! Già ci si trova costretti a pagare un centro privato per la preparazione, per mancanza di struttue pubbliche che forniscano un adeguato servizio agli studenti lavoratori o aventi altre problematiche che impediscono la normale frequenza diurna, bisogna pagare anche la statale per soli 4 giorni di esame?


In questo quadro generale scoraggiante, come non bastasse, non mancano ulteriori episodi vergognosi a danno dei candidati esterni. Credo proprio che il punto massimo della vergogna si sia toccato qualche anno fa.

A differenza di quanto accade oggi, fino a pochi anni fa i privatisti del corso Dirigenti di Comunità presentavano domanda d'esame direttamente presso i pochi istituti statali esistenti in Italia con il suddetto indirizzo. Gli studenti di Bologna, quindi, indirizzavano le proprie domande al "Mantegna" di Mantova, che provvedeva successivamente alla destinazione definitiva presso un altro istituto, dal momento che non era possibile far fronte alle numerosissime le richieste provenienti dal centro nord.

Gli studenti del mio centro studi furono destinati alla "Città del Tricolore", di Reggio Emilia. A molti di loro, nel frattempo, il Mantegna aveva inviato il bollettino relativo alla tassa d'esame (o meglio il contributo dovuto all'istituto sede d'esame). L'importo era di ben 400.000 lire. Pochi giorni dopo la preside della città del Tricolore richiese un ulteriore contributo di L. 200.000, pena la non ammissione all'esame.
Risultò che i due istituti non avevano raggiunto un accordo relativamente alla ripartizione dell'importo versato da ogni studente.
Dopo proteste, raccolte di firme da parte di tutti i candidati, telefonate e lettere ai rispettivi provveditorati (che almeno telefonicamente davano ragione agli studenti), anche quanti avevano già effettuato il primo versamento decisero di pagare Reggio Emilia per evitare ogni rischio, ed attendere un eventuale rimborso (per altro mai più ottenuto).

Finiti gli esami, al momento del ritiro del diploma, però, il Mantegna pretese per il rilascio il versamento delle ulteriori L.400.000. Come sempre accade, gli studenti decisero di accettare la richiesta, pur di entrare in possesso del tanto sospirato e sudato "pezzo di carta". Non vi fu mai un chiarimento ufficiale da parte delle istituzioni interpellate in merito alla questione.

La situazione si ripropose l'anno seguente, e in maniera ancor più vergognosa, per quegli studenti che non avevano superato l'esame, ma avevano comunque ottenuto la promozione alla classe 5^.

Cambiate le normative i privatisti presentarono domanda presso il provveditorato che li destinò in un istituto di Bologna. Come di prassi, sulla domanda d'esame fu indicata la scuola depositaria della documentazione.
Ma pochi giorni prima dell'esame la commissione ci convocò per richiedere i documenti, sostenendo che il Mantegna si rifiutava di inviarli, non avendo gli studenti pagato la tassa dell'anno precedente.
Da questo punto di vista il comportamento tenuto dall'Istituto sede d'esame, "Manfredi", dal Presidente di commissione e dalla stessa "Città del Tricolore" fu estremamente corretto, si adoperarono tutti per aiutare i candidati a risolvere il problema: era in gioco l'ammissione all'esame a soli 3-4 giorni dall'inizio delle prove.

Ad una mia telefonata, un qualche funzionario del Ministero, dal quale mi sarei aspettata un intervento più deciso, rispose candidamente: "Esiste l'autocertificazione. Se ci saranno poi dei controlli campione l'Istituto di Mantova sarà costretto a consegnare i documenti". Ma le cose non erano così semplici. L'autocertificazione non fu accettata.

Fu persino convocato un ispettore del Ministero che, stranamente, non risolse nulla, al contrario impose una linea inaspettatamente rigida. Il presidente della commissione, molto dispiaciuto, sostenne di non poter fare diversamente: se non avesse ottenuto la documentazione avrebbe escluso i ragazzi dall'esame.
Come dargli torto? La responsabilità della firma su un diploma rilasciato senza verficare la documentazione sarebbe gravata tutta sul Presidente stesso!

In conclusione, si partì alla volta di Mantova, si pagò (con un "singolare" sconto che teneva conto del versamento effettuato per l'Istituto di Reggio Emilia) e gli studenti finalmente poterono sostenere l'esame.

A distanza di qualche anno, però, continuo a chiedermi per quale ragione ogni tentativo, ogni richiesta di intervento, fossero rimasti inascoltati, e perché si debba sempre finire per assumere quell'atteggiamento di rassegnazione tutto italiano, che emerge ogni qual volta ci si scontri con delle realtà pubbliche.
Forse certi Istituti sono davvero intoccabili, o forse è prevista una autonomia così ampia che permette di calpestare ogni diritto degli studenti senza lasciare un qualche appiglio possibile per un intervento di regolamentazione dall'alto, semmai ve ne sia (e su questo mi permetto di dubitare) la reale volontà.

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